Dalle Istruzioni alle Neuroistruzioni con l’EYE-TRACKER

foveaC’era una volta un bottegaio che, con mestiere, arguzia ed abilità sopraffine, baloccava lettere ed inchiostri per comporre parole semplici, frasi comprensibili ed istruzioni chiare. Invecchiò passando ore nella sua piccola bottega, ricurvo su quei manuali per curare ogni piccolo dettaglio. Chissà quanti ne compose, chissà quante persone li lessero e chissà se erano davvero così ben fatti come sperava, se lo chiedeva ogni giorno. Ormai vecchio e stanco chiuse quella sua piccola bottega senza ricevere mai un riscontro, questo rimase il suo cruccio più grande.
Oggi quel bottegaio ha lasciato spazio a comunicatori tecnici professionisti e a nuove tecnologie ma, oggi come allora, chi si occupa di comunicazione tecnica ha lo stesso problema: riuscire ad ottenere un feedback sulla qualità del lavoro svolto.

Partendo da questo cronico problema dei feedback mancanti e dagli interessanti spunti emersi durante il minicorso di “neuroweb design” tenuto dalla Dr. Lucia Carriero (http://www.neuroset.net) mi sono posto un quesito:

“le neuroscienze possono fornire elementi, strumenti e risultati utili per indagare l’efficacia della comunicazione tecnica ed in particolare delle istruzioni d’uso?”

Le neuroscienze, tra i vari ambiti di applicazione, vengono utilizzate sempre più spesso per studiare in modo sperimentale (grazie a strumenti come l’EYE-TRACKER) quello che viene definito “web stress” ovvero il disagio provato dagli utenti durante la navigazione causato dalla scarsa efficacia dei contenuti web: lunghi tempi di caricamento, pulsanti non interattivi, barre di progressione statiche, testi ed immagini mal posizionati, troppo invasivi o non molto chiari, ecc.

Quando questo complesso intreccio tra scienza, psicologia e tecnologia viene utilizzato per analizzare specifici contenuti web prende il nome di neuro web design.
Traslando il concetto penso potremo parlare in futuro di Neuroistruzioni per l’uso.

Prima di proseguire definiamo in sintesi cosa sono le neuroscienze:

Neuroscienze (fonte Dizionario di medicina – 2010) – Insieme delle discipline che studiano le basi biologiche della mente e del comportamento, analizzando in particolare i vari aspetti morfofunzionali del sistema nervoso. Le funzioni mentali e psichiche che vengono analizzate dalle neuroscienze sono l’attenzione, la sensazione, la percezione, il sonno, la memoria, l’apprendimento, le emozioni, ecc. [omissis] in particolare, le neuroscienze hanno dato un fondamentale contributo alla conoscenza delle basi biologiche della memoria e dell’apprendimento, ai correlati neurobiologici dell’emozione, ai sistemi implicati nella motivazione e nell’umore.
Neuroscienze cognitive (fonte Treccani) – L’espressione neuroscienze cognitive risale alla fine degli anni Settanta del 20° sec., quando, in seguito allo sviluppo di una serie di tecniche volte a visualizzare il funzionamento della corteccia e dei nuclei cerebrali, si chiarì come il cervello rende possibile la cognizione e, più in generale, come funziona la mente in rapporto ad attività quali la memoria, l’apprendimento, l’emozione, i processi inconsci.
Neuroscienze cognitive (fonte Wikipedia)- La neuroscienza cognitiva è una branca delle neuroscienze che studia le basi cerebrali del pensiero, e permette di evidenziare i cambiamenti nel cervello associati alle principali svolte evolutive. [omissis] … la neuroscienza cognitiva ha potuto estendere l’indagine diretta sul cervello umano per mezzo di due strumenti potenti e dai risultati sorprendenti: la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica per la visualizzazione funzionale (FMRI). La rivoluzionaria importanza di questi strumenti rispetto alle precedenti metodologie fisiologiche sta nel fatto che rendono possibile indagare il cervello umano o animale nella sua assoluta integrità, senza alcuna invasività e senza alcuna interferenza con le normali funzioni cerebrali.

Negli ultimi anni anche il settore della comunicazione tecnica (e di conseguenza le istruzioni per l’uso) ha dovuto affrontare nuove fasi di sviluppo e importanti cambiamenti che lo hanno reso fondamentale se non addirittura strategico in diversi contesti, da quello industriale (es. azienda vs consumatore/utilizzatore) a quello sociale (es. società di servizi vs utente).
Si sono diffusi linguaggi tecnici semplificati (es. ITS) , norme e tecniche di scrittura, standard per la redazione (es. DITA, XML), metodologie (es. Information Mapping) e sistemi di gestione dei contenuti (es. CMS).
Sulla base di queste evoluzioni tecniche e normative oggi le informazioni sono pensate, progettate e messe a disposizione di utenti finali sempre più dinamici ed esigenti tramite medium differenti:
– carta,
– file (pdf, jpg),
– web (sito, blog),
– video,
– illustrazioni,
– animazioni 3D,
– pannelli, targhe o cartelli.

Questa ramificazione ha favorito il remix, la diffusione e il riutilizzo crossmediale di contenuti aggiornati, inoltre garantisce agli utenti la possibilità di avere le informazioni desiderate sempre a “portata di mano”.

Come sapere se tutte quelle informazioni prodotte, quelle istruzioni sono davvero efficaci? Come ottenere quel tanto agoniato feedback?
Potremmo provare con le neuroscienze, grazie ad alcuni strumenti di EYE-TRACKING.

Tramite le tecniche di EYE-TRACKING possiamo ottenere informazioni relative a posizione, durata e movimento (traiettorie-percorso) degli occhi.

EYE-TRACKER è un dispositivo laser in grado di leggere e registrare la dimensione delle pupille, le traiettorie percorse dall’occhio ed i tempi di fissazione foveali. La fovea è situata al centro della retina, ha una alta concentrazione di coni e quindi utilizzata nella visione diurna, è deputata a cogliere in modo nitido e preciso anche i dettagli più piccoli e sembra avere un ruolo fondamentale nella determinazione dell’attenzione primaria.
L’area periferica al di fuori della fovea restituisce immagini sfocate man mano che ci si allontana dalla fovea pertanto non viene letta dallo strumento.
In alcuni casi si possono avere fissazioni orfane ovvero l’occhio resta fisso in un punto dello schermo (o del foglio) ma non sta realmente guardando/leggendo…!
In altri casi alcune aree potrebbero non essere state coperte o registrate dallo strumento, questo potrebbe significare che sono state lette tramite la visione periferica e non registrate perché fuori dall’area foveale.

L’EYE-TRACKER potrebbe rivelarsi quindi uno strumento molto utile per spiegarci quali aree delle nostre istruzioni attirano maggiormente l’attenzione del lettore.
I dati raccolti dovranno essere valutati attentamente tenendo conto di possibili errori di lettura e di possibili condizionamenti da parte del lettore che ha la consapevolezza di essere monitorato e valutato durante la sperimentazione.
In ogni caso questa tecnica, seppur non veritiera al 100%, potrebbe certamente fornire diversi elementi su cui ragionare relativi alla struttura dei contenuti presenti nelle istruzioni, o meglio: Neuroistruzioni.

!Attenzione! un’area con alto numero di “fissazioni” non è necessariamente un’area letta, è semplicemente uno spazio che per qualche motivo (da indagare) ha attirato un maggior numero di osservazioni.

Teoria della gerarchia visiva:
– Fase 1: SCANSIONE (entry point). In questa fase il lettore cerca un punto di aggancio, è uno stimolo involontario ed è guidato dagli elementi della pagina.
– Fase 2: ISPEZIONE . In questa fase il lettore cerca elementi per agganciarsi all’entry point.

L’esplorazione visiva può essere:
TOP DOWN: volontaria, è il lettore cerca qualcosa.
BOTTOM UP: sono i contenuti (testi, immagini, pulsanti, ecc) che guidano il lettore.

Ricordiamoci inoltre che, in presenza di testo, il lettore (occidentale) tende a scansionare la pagina con andamento a esse, iniziando dal punto più in alto a sinistra.
Nel caso delle immagini dobbiamo fare attenzione: le immagini di un volto possono attirare l’attenzione ma possono anche distrarre.

Chiudo con un dato interessante: secondo alcune ricerche i Millenial (termine che identifica i nati dal 1979 al 2000) non leggono i testi posti più in basso (“da scrollare”) presenti in siti o blog quindi, se scrivete per loro, tenetene conto.

Persuadere o convincere il destinatario-ricevente?

Riprendo questo argomento che avevo utilizzato per un elaborato presentato per un esame universitario: Le immagini nella documentazione tecnica. Storie di fantasmi per adulti

La retorica moderna attribuisce un significato differente ai due termini.

Indipendentemente dal significato specifico, la fonte emittente (scrittore o parlante) deve sempre risultare credibile riportando fatti concreti e dimostrabili o, in alternativa, fornendo esempi. I cinque assiomi della comunicazione

  1. È impossibile non comunicare.
  2. Ogni atto comunicativo ha un livello di contenuto ed uno di relazione.
  3. La natura della relazione tra gli interlocutori dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione.
  4. Gli esseri umani comunicano sia tramite un modulo comunicativo digitale (verbale) sia tramite un modulo analogico (non verbale).
  5. Tutti gli scambi di comunicazione possono essere simmetrici o complementari a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza.

Le persone cercano messaggi chiari e diretti, vogliono sapere cosa fare e proprio per questo, in determinate condizioni, devono essere persuase e non convinte.

Persuadere Vs Convincere

  • Persuadere:
    • uditorio specifico,
    • fa leva sul patrimonio emotivo di chi ascolta,
    • ha l’esigenza di sorprendere (es. sostiene una tesi differente da quella attesa dal ricevente).
  • Convincere:
    • non ha uditorio specifico,
    • è rivolto a tutti,
    • le premesse sono assolutamente vere.

Molti sono convinti che dietro ogni comunicazione vi sia la volontà di influenzare il ricevente.

Cosa significa ”influenzare il ricevente” quando parliamo di comunicazione tecnica e nello specifico di messaggi o istruzioni? Quale scopo ha una istruzione? Quale cambiamento vuole produrre nel ricevente?

A differenza di una comunicazione tecnica generica che può avere un intento informativo o descrittivo riferito ad esempio un oggetto, lo scopo di un’istruzione è quello di persuadere il ricevente a mettere in atto un determinato comportamento.

Per essere persuasiva però una istruzione deve avere effetti:

  • sul piano cognitivo,
  • sul piano comportamentale.

Possiamo considerare le istruzioni contenute all’interno di manuali o documenti tecnici una forma di comunicazione persuasiva, ogni istruzione mira a correggere un possibile comportamento errato del ricevente a favore di un comportamento corretto e sicuro: quello descritto.

Ritengo che anche nella scrittura si possano applicare le massime della conversazione con cui Grice definisce la comunicazione come una attività sociale regolata sul principio di cooperazione.

Da tale principio Grice fa discendere quattro massime:

  • di quantità: le informazioni sono esaurienti, non ridondanti o superflue,
  • di qualità: le informazioni sono vere e provate,
  • di relazione: le informazioni sono pertinenti,
  • di modo: le informazioni sono comprensibili, chiare, ordinate e concise.

Persuasione ed effetti persuasivi

“Le prove sono la via più semplice per condurre chi ascolta (o legge nel nostro caso) a cambiare opinione”. (Aristotele, 384 a.C. – 322 a.C.)

Secondo alcuni studi sperimentali, si hanno buone possibilità di ottenere effetti persuasivi facendo interagire tra loro i tre elementi della comunicazione: fonte, messaggio, ricevente.

1. Fonte emittente: Chi scrive o parla deve esse percepito dal ricevente come fonte credibile. Una fonte risulta credibile quando rispetta le massime di Grice e si dimostra:

  • Competente,
  • Esperta,
  • Affidabile,
  • Sincera.

Altro elemento indispensabile è la fiducia che il ricevente ripone nella fonte emittente: “perché mi comunica questo?”. Il ricevente deve essere messo in condizioni di comprendere che “quel messaggio” è stato pensato appositamente per lui. Mentre sfoglia un documento alla ricerca ad esempio di un’istruzione o un messaggio utile, il ricevente si forma delle aspettative rispetto al contenuto e di conseguenza rispetto alla fonte.

Quando la fonte Allora
  • sostiene una posizione in linea con quella attesa
  • può risultare sincera ma scarsamente persuasiva
  • sostiene una posizione diversa da quella attesa e apparentemente contro i propri interessi
  • acquista maggiore potere persuasivo
  • è persuasiva e risulta credibile
  • è in grado di influenzare l’atteggiamento del ricevente,
  • il ricevente integra la nuova opinione nel sistema di credenze e valori preesistente

2. Messaggio: stile e struttura di presentazione. Un messaggio persuasivo dovrebbe:

  • favorire la comprensione e la memorizzazione dei contenuti,
  • evidenziare i vantaggi derivanti dalla sua accettazione,
  • evidenziare gli svantaggi nel caso in cui non venga accettato. I testi possono essere compresi più facilmente se sono introdotti da un titolo poiché questo consente al lettore di:
  • farsi un’idea del contenuto,
  • costruirsi uno schema che guida la comprensione.
Quando il messaggio  E Allora
  • è unilaterale,
  • insiste sulla tesi da fare accettare
  • viene percepito maggiormente vantaggioso per la fonte
  • aumentano le distanze
  • si rafforzano le opinioni originali del ricevente
  • non vi sono grandi cambiamenti di opinione
  • propone tesi alternative (confutabili)
  • viene percepito NON vantaggioso per la fonte
  • è in grado di provocare maggiori cambiamenti di opinione

Hovland, Lumsdaine e Sheffield – 1949 (Yale)

Il messaggio deve o dovrebbe riflettere il più possibile il modello mentale del ricevente. Una cosa è rivolgersi ad un tecnico specializzato, cosa ben diversa è rivolgersi ad utenti inesperti. Vi sono elementi che possono determinare una comunicazione non simmetrica in grado di compromettere la qualità della relazione tra fonte-emittente e destinatario-ricevente:

  • Termini tecnici specifici:
    • aiutano coloro che lavorano in quel determinato settore,
    • possono risultare incomprensibili a tutti gli altri.
  • Falsi tecnicismi:
    • sono polvere negli occhi,
    • creano confusione,
    • disorientano il ricevente.
  • Frasi troppo lunghe:
    • trasformano il messaggio in un fantasma comunicativo,
    • pochi le leggeranno in modo completo,
    • solo alcuni le comprenderanno.
  • Forme negative:
    • sono meno comprensibili,
    • implicano un carico cognitivo maggiore,
    • risultano più difficili da comprendere. Questa difficoltà aumenta in condizioni di attenzione limitata.

3. Ricevente: possiede buone capacità di resistenza alla persuasione.

Ogni individuo ha opinioni, credenze, valori e atteggiamenti propri che lo inducono a mettere in atto determinati comportamenti. Persuadere un individuo attraverso un messaggio o una singola istruzione non è semplice e tantomeno scontato. Il ricevente è spesso diffidente e ritiene che:

  • certe cose possano capitare solo ad altre persone meno “esperte” di lui,
  • leggere messaggi-istruzioni sia inutile (“prima di leggere provo a fare qualcosa io…”),
  • seguire le indicazioni presentate comporti un inutile spreco di tempo.
Quando il ricevente Allora
  • percepisce i comportamenti raccomandati come efficaci per fronteggiare la minaccia
  • si fida della fonte,
  • legge e si attiene a messaggi o istruzioni,
  • percepisce che il problema è grave,
  • si sente vulnerabile rispetto ad esso,
  • si sente preparato per affrontarli,
  • è motivato ad attuare comportamenti di protezione

Pre-persuasione

Prima di descrivere alcune strategie della persuasione dobbiamo necessariamente attraversare i territori della pre-persuasione.

Le informazioni contenute in un testo visivo devono essere presentate in modo da produrre effetti pre-persuasivi sul ricevente, devono cioè essere in grado di influenzarlo inconsciamente, dirigendo i suoi pensieri e le sue prese di decisione attraverso quello che viene chiamato “effetto framing”.

In questa fase la fonte emittente:

  • presenta i dati in modo tale da facilitare la presa di decisone del ricevente,
  • non dice cosa pensa,
  • non dice cosa vuole pensi il destinatario.

La fonte emittente influenza e dirige i pensieri del ricevente presentando le informazioni come vere. Per fare questo la fonte emittente può utilizzare:

  • esche:
    • immagini di oggetti, colori, o altro in grado di fornire un contrasto fra due possibili alternative,
    • insinuazioni: informazioni presentate in maniera tale da essere ritenute vere.
  • fattoidi:
    • affermazione di un fatto che non viene sostenuto da prove evidenti (perché falsa o perché non è possibile ottenere prove a sostegno dell’affermazione), ma è presentata in maniera tale da essere ritenuta vera. I fattoidi possono avere un effetto molto potente sulle nostre opinioni ed azioni, allo stesso tempo sono rischiosi in quanto, se smascherati, possono rendere la fonte non affidabile.

Persuasione

Nel caso della comunicazione tecnica la persuasione non mira quindi a persuadere il ricevente ad acquistare un prodotto ma vuole persuaderlo a mettere in atto un comportamento corretto.

Recenti studi hanno rilevato che presentare dati attraverso informazioni numeriche, come ad esempio dati percentuali, non stimola sufficientemente e non coinvolge emotivamente il destinatario. Le persone hanno difficoltà a tradurre i numeri in significati.

Ad esempio: affermare che un vaccino potrebbe uccidere 200 persone su 600 in un villaggio è molto diverso dall’affermare che quel vaccino potrebbe salvare 400 persone su 600. La percezione cambia, il risultato no.

Molto meglio quindi presentare informazioni attraverso scritte verbali o iconografie. Secondo l’euristica dell’affetto (affect) quando lo stimolo (la percezione del messaggio) produce un’emozione:

  • positiva: la persona non cambia opinione e mantiene quello stato delle cose,
  • negativa: la persona cambia opinione e mette in atto un comportamento atto a ridurre quella emozione.

La teoria del prospetto afferma che le persone forniscono risposte diverse a diverse formulazioni del problema, in funzione del proprio:

  • potenziale (frame) di perdita: risultato efficace nella promozione delle mammografie, test HIV, altro.
    • In questo caso la perdita è notevole: si rischia la morte.
    • Il destinatario mette in atto un comportamento di individuazione: controllo dello stato di salute.
  • potenziale (frame) di guadagno: risultato efficace nell’uso preventivo di creme solari, altro.
    • In questo caso il guadagno è una protezione contro i raggi del sole.
    • Il destinatario mette in atto un comportamento di prevenzione: mantenimento dello stato di salute.

La percezione di un pericolo è una predisposizione innata a cui il ricevente associa un significato. La paura è un apprendimento condizionato.

Per dare un significato ad un messaggio e prima di modificare il proprio comportamento, il ricevente deve tradurlo in un valore di rischio individuale: qual è il mio rischio?

Sette strategie per persuadere il ricevente

Riporto alcuni concetti che, in qualche modo, si legano alla comunicazione tra fonte-emittente e destinatario-ricevente.

Semplificazione Attraverso la semplificazione (es. dei messaggi) il destinatario aumenta la propria motivazione, la propria autostima e si sente piò efficace (più bravo) quando porta a termine una azione
Indirizzamento Guidare il destinatario passo-passo attraverso una serie predefinita di azioni
Personalizzazione Le persone mostrano interesse per i messaggi che sembrano creati appositamente per loro
Suggerimento Trovare il momento o lo spazio visivo più idonei per comunicare un messaggio
Automonitoraggio (meno rilevante) Controllare e analizzare una determinata caratteristica trasmettendo un feedback
Monitoraggio Quando una persona si sente “osservata” tende a rispettare norme sociali di comportamento

Condizionamento operante

Per modificare il comportamento e persuadere il destinatario, si possono mettere in atto azioni “premianti” in modo da aumentare la probabilità che certi comportamenti vengano ripetuti

Conclusioni

Termina qui questo mio lungo percorso, iniziato con una pioggerellina di idee e trasformatosi in un diluvio di informazioni organizzate secondo schemi mentali personali.

Se comunicare significa trasmettere un contenuto tramite un atto enunciativo, questo documento possiede, a tutti gli effetti, una funzione comunicativa:

  • cognitiva,
  • relazionale,
  • partecipativa,
  • connessa all’azione.

Mi scuso già da ora per eventuali errori o per eventuali, assolutamente involontari, stravolgimenti di concetti.

L’ampia bibliografia da cui ho attinto resta, in ogni caso, il primo riferimento per coloro che intendessero approfondire gli argomenti presentati in questo elaborato. Con la speranza di aver composto un elaborato coerente e di aver fornito argomenti di interesse, mi congedo  con queste parole di Calvino:

“ A cavallo del nostro secchio, ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarci nulla di più di quello che saremo capaci di portarci”.

Bibliografia semplificata:

  • Lotto e Rumiati, 2007 – Introduzione alla psicologia della comunicazione (il Mulino)
  • Yvonne Bindi, 2017 – Language design (Apogeo)

Qui il link al documento completo: http://wp.me/pYL2M-dV

Comunicatori Tecnici “Influential”

La professione del Comunicatore Tecnico evolve e si trasforma istante dopo istante inseguendo, affiancando o anticipando tecnologie, prodotti o qualsiasi altro elemento che dovrà essere:

  • ideato,
  • prodotto,
  • assemblato,
  • testato,
  • pubblicizzato,
  • venduto,
  • imballato,
  • spedito,
  • installato,
  • utilizzato,
  • regolato,
  • conservato,
  • riparato,
  • dismesso,
  • smaltito,
  • riciclato.

Prima, durante e dopo questo lungo ciclo di vita il Comunicatore Tecnico dovrà essere in grado di trovare la soluzione comunicativa più efficace garantendo:

  • semplicità (che non significa banalità),
  • chiarezza,
  • qualità,
  • sicurezza.

Condividere esperienze, idee e proporre soluzioni è, oggi, fondamentale per confrontarsi in un mondo sempre più complesso ed offre la possibilità di divenire un vero e proprio punto di riferimento.
Qualcuno si mette in gioco più di altri e questi sono gli interessanti risultati finali:

The Most Influential Technical Communicator Bloggers
https://mindtouch.com/resources/the-most-influential-technical-communicator-bloggers

Segnalo inoltre queste sette semplici ma fondamentali regole legate al nome del terzo classificato Scott Abel:

Seven Habits of Highly Effective Technical Writers
http://thecontentwrangler.com/2017/03/07/seven-habits-highly-effective-technical-writers/

Il peso delle informazioni

istruzioni-pesoL’acquisto di una stampante multifunzione è una pratica entrata nelle abitudini e nelle voci di spesa delle “nuove famiglie digitali”.
La digitalizzazione dei tanti documenti che ci riguardano (bollette, contratti, fotografie, ecc…) rende la stampante multifunzione un accessorio indispensabile anche in ambito casalingo, un bene di consumo più o meno duraturo…

Quale stampante scegliere?

Le risposte potrebbero essere tutte e nessuna.
Alcuni puntano esclusivamente sul prezzo più basso o all’offerta del momento, altri puntano diretti alla marca o al modello consigliato dall’amico.
Ovviamente ciascuno è libero di seguire il proprio “credo” anche se la cosa più semplice è quella di partire da una domanda più precisa:
Quale stampante multifunzione “mi serve”?

Dipende, probabilmente avremo più risposte e diversi dubbi, in funzione di quello che dovremo fare (stampare foto, scannerizzare, fare fotocopie, ecc).

Se non siamo molto esperti in materia e siamo alla ricerca di un prodotto per un utilizzo medio con un buon rapporto qualità-prezzo, la rete è certamente il primo strumento utile per chiarie alcuni dubbi ma, a volte, può avere un effetto contrario.

Il vantaggio della rete è quello di offrirci una marea di prodotti, dati tecnici, recensioni, oltre che la possibilità di acquistare comodamente da casa.
La rete presenta però anche qualche svantaggio, ad esempio:

  1. confonde le idee a fronte di pareri contrastanti,
  2. propone prodotti che non sempre trovo in negozio.

Il mio consiglio, per coloro che acquistano la stampante multifunzione direttamente in negozio, è quello di iniziare dalle informazioni presenti sull’imballo che contiene il prodotto mettendoli a confronto tra loro.
Seguendo questa logica nei giorni scorsi mi sono recato presso un noto centro commerciale per acquistare una nuova stampante multifunzione (getto d’inchiostro) per utilizzo “casalingo” .
In bella mostra trovo tre antagoniste del mercato, tutte in “OFFERTA” allo stesso prezzo e apparentemente equivalenti.

Le informazioni sul volantino non sono però esaustive così mi affido alle informazioni riportate con simboli e testi sui relativi imballi.
Dopo un primo confronto sembrano davvero molto simili in termini di prestazioni seppure con tecniche differenti (2 cartucce, 4 cartucce, ecc..).
Non troppo soddisfatto inizio a leggere le prestazioni di altri prodotti posti a scaffale ma NON in OFFERTA (!).
Alcune informazioni chiare e ben visibili attirano la mia attenzione:

  • numero di pagine stampabili: superiore ai tre prodotti in offerta,
  • costo stampe/ricariche: vantaggioso rispetto ai tre prodotti in offerta
  • qualità scansione: superiore a tre prodotti in offerta,
  • qualità di stampa equivalente ai tre prodotti in offerta,
  • collegamento tramite wi-fi e/o USB (una in offerta non aveva wi-fi),
  • possibilità stampa da smartphone (solo una delle tre in offerta),
  • due cartucce/ricariche,
  • prezzo di questo prodotto a scaffale… non esposto.

Mi informo e, con non poca sorpresa, scopro che il prezzo è il medesimo dei prodotti in offerta.
Ringrazio e verifico nuovamente, forse mi è sfuggito qualcosa… ma non è così e la compro.
Dopo due precedenti stampanti multifunzione HP ed una Canon, proseguo quindi con una nuova Canon.

Le informazioni sulla confezione (chiare, visibili, comprensibili)  mi hanno permesso di acquistare un prodotto con prestazioni superiori allo stesso prezzo di quelli in offerta.
In questo caso le informazioni sul prodotto hanno avuto un “peso” determinante sulla mia scelta.

Rientrato a casa apro la confezione e sono meravigliato dalla mole di “carta” che trovo al suo interno: istruzioni ed informazioni (utilissime) per l’installazione ma stampate in molteplici lingue suddivisi in tantissimi opuscoli. Effetto globalizzazione…

L’installazione è semplice e guidata a pc, lancio le prime stampe e tutto funziona senza intoppi.
Resta soltanto il dubbio sulla necessità di tutta quella carta che mai utilizzerò se non come rifiuto da riciclare…

Informazioni ed istruzioni di prodotto hanno un loro peso (anche fisico), teniamone conto e valutiamo sempre eventuali benefici e possibili impatti.

E tu? Quanti Padiglioni hai visitato ad EXPO2015?

Ciao, anche tu hai visitato EXPO2015?
Allora puoi partecipare a questo sondaggio fatto di poche e semplici domande a risposta multipla.

SCOPO: capire come è cambiata, da Maggio ad Ottobre, l’efficacia del biglietto di ingresso in funzione dei Padiglioni che hai visitato.

Se vuoi, passa parola.
NB: compila il questionario per ogni giorno che hai trascorso ad EXPO, ad esempio: hai visitato EXPO in 3 giorni diversi? Allora compila il questionario 3 volte, una per ogni giorno.

Grazie!

Dati disponibili ad oggi

Questo sondaggio nasce in parte per curiosità personale, in parte per mettere in pratica alcuni aspetti della statistica che sto apprendendo.

L’obiettivo è quello di recuperare ed aggiungere una informazione ad oggi mancante: capire quanti padiglioni hanno visitato con il loro biglietto i visitatori durante questi mesi.

Il biglietto acquistato a Maggio ha lo stesso valore e la stessa efficacia di quello acquistato ad Ottobre (anche scontato)?
Ce lo diranno i dati, o almeno lo spero.

Dal “vino veritas” alle “etichette veritas” per un Consumatore informato

veritasVino vegano o vino per vegani?
Perché mai specificarlo?
Questa è la domanda che mi pongo quando, aprendo il frigorifero, leggo “Vegan?” sul cartellino verde appeso al collo di una bottiglia di vino.
Incuriosito osservo meglio: la scritta sul cartellino è bianca con il baffo destro della V che termina con una panciuta ed appuntita fogliolina.
Sopra la scritta, a destra, una piccola coccinella (!?) tricolore sembra voler garantire l’italianità del prodotto … o quella del marchio (registrato) “Vegan”?
Sollevo il cartellino e ritrovo, più piccola e in verde, la scritta “Vegan” (senza punto interrogativo) nella parte alta della  gradevole etichetta anteriore e la coccinella tricolore nel cartellino che fascia la base del collo e che riporta una serie di numeri.
Ruoto la bottiglia e, sotto la dicitura “PRODOTTO CERTIFICATO”, la scritta “Vegan” ha assunto le sembianze di un logo dove, al centro della V iniziale, è cresciuto un fiore.

Il logo “Vegan®” è affiancato da un ulteriore marchio-di-qualità e svolge bene la sua funzione, la sensazione infatti è quella di avere tra le mani un prodotto genuino.

La curiosità è tanta, un paio di click e scopro su questo sito che: Esistono sul mercato diversi marchi privati che identificano la caratteristica “vegan”. Si tratta normalmente di marchi di proprietà di persone fisiche, associazioni o strutture private che vengono concessi in uso ai produttori di vino in base a specifici regolamenti interni. Questi marchi hanno lo scopo di comunicare al consumatore in modo immediato e intuitivo la caratteristica vegan del vino. Alcuni marchi sono più noti, altri meno, ma in generale in ogni Paese esistono uno o più marchi che comunicano la caratteristica “vegan” del prodotto.”

Bene, tutto molto interessante, ma il mio quesito iniziale rimane: perché un vino vegano o per vegani?
Un vino non dovrebbe essere genuino, naturale e quindi sempre adatto anche ai vegani?
A ben guardare, ad eccezione del logo e delle scritte “Vegan”, le informazioni riportate in etichetta sono simili, se non uguali, a quelle di molti altri vini “non-Vegan” presenti sugli scaffali di supermercati o negozi:

  • tipo di uve
  • caratteristiche del vino
  • temperatura di servizio
  • prodotto in Italia, ecc.

Cerco di altre informazioni: Differenze tra prodotti per vegetariani e prodotti per vegani

  • I prodotti destinati ai vegetariani non devono contenere carni, di qualunque tipo, e più in generale ingredienti o loro derivati ottenuti dall’uccisione diretta di animali. In questa accezione, quindi, il vino è un prodotto idoneo al consumo da parte dei vegetariani solo quando non contiene nessuno degli ingredienti vietati né loro derivati, come possono essere la colla di pesce o di ossa o la gelatina animale.
  • Nei prodotti destinati all’alimentazione vegana, invece, oltre al divieto di utilizzare carni e loro derivati è vietato anche l’impiego di derivati di origine animale non necessariamente ottenuti dall’uccisione di animali, usati come ingredienti, ma anche come additivi o come coadiuvanti tecnologici. Per questo, per produrre un vino vegano, è vietato l’impiego di qualsiasi tipo di derivato di origine animale, come sono ad esempio l’albumina d’uovo, la caseina o i caseinati, l’ovoalbumina e la lisozima da uovo, che possono invece essere impiegati nelle produzioni “vegetariane” e nelle produzioni convenzionali.

Grazie alle produzioni convenzionali e/o “vegetariane” potremmo quindi ritrovare nei nostri bicchieri diverse sostanze (o residui) che però non troviamo indicati in etichetta.
Perchè? La risposta probabilmente è a portata di mano: perchè Direttive e Regolamenti non lo richiedono …

Dopo aver chiarito l’utilizzo ed il significato della dicitura e del marchio “Vegan” sono piuttosto soddisfatto e curioso di assaggiare il “mio” vino, poi però … qualcosa non torna.
Eh sì, anche nel “mio” vino “Vegan” ritrovo la dicitura “CONTIENE SOLFITI” che produce una forte dissonanza con l’idea che mi sono appena costruito e con quello che vuole rappresentare, almeno all’apparenza, questo prodotto.
A questo punto la domanda è d’obbligo: considerando che i solfiti naturali (prodotti dalle uve) NON sono da indicare in etichetta e che per i vini vegani non vengono utilizzati additivi animali, cosa contiene davvero questo vino?

CONTIENE SOLFITI … cioè?

Diciture come “CONTIENE SOLFITI” pur rispettando Direttive, Normative e Regolamenti risultano ancora troppo generiche e lasciano spazio a vari interrogativi oltre che ad ampi “spazi di manovra”.
Solfiti? Perché?
Di che tipo?
In quali quantità?

ALTRE DOMANDE, qualche dubbio e nuovi approfondimenti qui:

• Cosa sono i solfiti?
I solfiti sono molecole formate dall’unione del solfito, uno ione negativo composto da zolfo e ossigeno, con altri atomi.

• Si tratta di sostanze naturalmente presente nel vino o di additivi?
L’anidride solforosa è presente in natura e anche la fermentazione effettuata dai lieviti presenti sulla buccia dell’uva può generare fino a 40 mg/l di solfiti.
Nella produzione di vino, tuttavia, particolari solfiti (specie il bisolfito di sodio) sono frequentemente aggiunti in vari momenti e con diversi scopi.

• Dove possiamo trovarli?
Un po’ ovunque, non solo nel vino, guarda la tabella presente qui.

INFINITE VARIETA’ MA LE SOLITE INFORMAZIONI

Bianco, rosso, rosato, frizzante, fermo, amabile, dolce, secco, brut, fermentato in bottiglia, novello, invecchiato in botte, Bio, naturale, eccetera eccetera eccetera.
Potremmo continuare quasi all’infinito eppure solo in queste parole, poco più di una riga di testo, sono rappresentate le caratteristiche di migliaia di vini italiani, ognuno con le proprie qualità, le proprie caratteristiche il proprio contenuto.
Nonostante questa incredibile varietà di prodotti le informazioni presenti in etichetta, ovviamente regolamentate da Direttive, Normative e Regolamenti, sono generiche e si somigliano un po’ tutte.

L’ESEMPIO DELL’ACQUA

L’acqua ha un ruolo fondamentale nella nostra alimentazione quotidiana e, proprio per questo, l’acquistiamo anche in funzione delle sue caratteristiche (es. oligominerale, frizzante, naturale, ecc.) e del suo contenuto (es. povera di sodio, calcio, ecc.).
Le etichette incollate sulle bottiglie dell’acqua riportano diversi dati, dalle quantità degli ”elementi” ai valori delle “analisi chimiche” alle qualità nutritive.
Domanda: se per un elemento “naturale” come l’acqua è indispensabile fornire indicazioni così precise perché non farlo, a maggior ragione, per un prodotto “lavorato” come il vino dove additivi e sostanze sono presenti o aggiunte?

Da un lato potremmo ritrovarci con vini dalle etichette più GRANDI (forse meno raffinate e più costose), dall’altro avremmo un consumatore maggiormente informato in grado di compiere scelte consapevoli e di qualità.

Nessuna campagna contro solfiti o altri additivi quindi, il loro utilizzo è in qualche modo giustificato, ma una semplice constatazione come consumatore desideroso di poter contare su informazioni più dettagliate.
NON SOLO VINO: oltre al vino acquistiamo ogni giorno diversi alimenti affidandoci ad informazioni generiche (a volte illusorie o “di moda”) ed ignorando la quantità di sostanze ingerite senza esserne pienamente consapevoli.

In mancanza di informazioni, ci affidiamo spesso all’aspetto esteriore del prodotto con il rischio di scoprire, solo in un secondo momento, che un prodotto accattivante o bello a vedersi non sempre è anche buono o salutare.

In vino veritas” (nel vino è la verità) e “un bicchiere di vino fa buon sangue” sono soltanto alcuni degli antichi detti popolari legati al vino e alle sue tradizioni e ritengo sia doveroso fornire informazioni dettagliate, veritiere e perchè no verificabili in qualche modo.

Chi produce vino o altri prodotti di qualità, uscendo allo scoperto, non può che ottenere vantaggi da una informazione onesta, trasparente, chiara, distaccandosi da coloro che qualcosa da nascondere lo hanno.

Fortunatamente nel nostro paese possiamo contare su produttori seri e competenti in grado di produrre vini eccezionali di ottima qualità che tutto il mondo apprezza, ci invidia e tenta di copiare.

In un mercato dove i furbi (persone) mischiano le carte e i falsi (prodotti) confondono le idee, il consumatore è un patrimonio inestimabile e come tale deve essere informato al meglio, magari proprio tramite una “etichetta veritas” abbinata ad un prodotto sano che non ha nulla da nascondere ma tanto da offrire.

Ben vengano le certificazioni, obbligatorie o volontarie, i loghi, da quello Bio a quello Vegan a tutti gli altri, ben venga tutto ciò che può essere garanzia (vera) di qualità ed indichiamo in dettaglio cosa realmente versiamo nei nostri  bicchieri.

Prendiamo spunto dall’acqua, arriviamo al vino ed estendiamo le “etichette veritas” ai prodotti che ogni giorno ingeriamo con i rispettivi additvi nascosti dietro diciture troppo generiche.
Il Consumatore siamo tutti NOI.

PS: il “mio” vino “Vegan” non era davvero niente male e … nessun mal di testa.

Approfondimenti e Normative:

Riporto inoltre:

  • le regole generali per la Sicurezza dei prodotti  (la normativa comunitaria assicura una tutela elevata ed uniforme della salute e della sicurezza dei consumatori) e l’ATTO rilevante ai fine SEE.
  • Alcuni estratti da tali Direttive:
    • Requisito generale di sicurezza
      • La direttiva impone un requisito generale di sicurezza per ogni prodotto immesso sul mercato e destinato al consumo o che possa essere usato dai consumatori, compresi i prodotti utilizzati dai consumatori nell’ambito di un servizio.
      • Un prodotto è sicuro quando non presenta alcun rischio oppure presenta unicamente rischi ridotti (compatibili con l’impiego del prodotto) e accettabili nel contesto di un’elevata tutela della salute e della sicurezza delle persone.
    • Trasparenza:

      • Le informazioni sui rischi legati ai prodotti devono essere accessibili al pubblico.
        Il segreto professionale è limitato ai casi debitamente giustificati.
    • Obblighi di fabbricanti e distributori
      • I fabbricanti devono immettere sul mercato prodotti che soddisfino il requisito generale di sicurezza.
        Essi devono inoltre:
        fornire al consumatore le informazioni pertinenti alla valutazione dei rischi connessi con l’uso di un prodotto quando questi ultimi non siano immediatamente percepibili.