Comunicazione visiva (non verbale): impariamo dalla Lingua dei Segni

Come le nuvole00Estate.
Tempo di vacanze.
Tempo di primi bilanci.
Tempo di ipotesi, di idee e di programmazione futura.
… ma anche tempo di pensieri liberi come le nuvole che, accarezzate dal vento, navigano sopra di me leggere, silenziose, mute.

Osservo forme e colori in un silenzio “assordante”, interrotto di tanto in tanto da brusii e parole a volte incomprensibili: le voci della spiaggia.

Quelle parole fanno correre la mente a quel corso di inglese di tanti anni fa, lingua che ancora oggi fatico a fare mia. Ancora una volta la consapevolezza che il mio non capire, il mio non comprendere il messaggio mi rende in qualche modo una sorta di “emarginato” dal resto mondo, come se fossi sordo.

In quel momento un flash mi riporta a quell’articolo che parlava di comunicazione non verbale: Lingua dei Segni Italiana (LIS).

Perché proprio la Lingua dei Segni?

Perché LIS:

·         è a tutti gli effetti un sistema di comunicazione visivo (e gestuale) con proprie regole grammaticali, lessicali, morfologiche e non una forma abbreviata di italiano.

·         rappresenta un importante strumento di trasmissione culturale.

·         potrebbe insegnarci a pensare, strutturare e scrivere messaggi più chiari, semplici e comprensibili per tutti.

·         potrebbe aumentare il nostro bagaglio e la nostra cultura personale.

·         potrebbe farci comprendere le problematiche di una parte di utenti-destinatari di cui troppo spesso ci dimentichiamo.

·         è un linguaggio del corpo, analogico, arcaico ma nato sicuramente molto tempo prima di quello numerico (delle parole) e quindi radicato nel nostro DNA.  

Ogni giorno scriviamo: sms, e-mail più o meno complesse, ma anche documenti più strutturati come istruzioni d’uso, manuali, ecc.

Ogni giorno comunichiamo tramite gesti, testi ma anche parole: facciamo domande o forniamo risposte.

Ogni giorno ci rivolgiamo ad utenti diversi: destinatari che hanno competenze, culture e caratteristiche differenti tra loro.

Ogni giorno, come emittenti, scriviamo con l’intento di essere chiari, ma troppo spesso lo facciamo senza calarci nei panni del nostro utente: il destinatario.

Come ricorda Annamaria Testa nel suo libro “Farsi capire”: “chi scrive tende a considerare se stesso come misura indiscutibile della comprensibilità di quanto scrive. Si proiettano le proprie competenze sul destinatario e ci si scandalizza quando questo dimostra competenze minori, differenti o maggiori.”

In poche parole diamo per scontato che i destinatari dei nostri scritti siano quindi “normodotati”, ovvero utenti in grado di leggere, vedere, ascoltare e comprendere bene tutto quello che produciamo: testi, immagini, presentazioni, video, ecc… ma purtroppo non è sempre così.

Annamaria Testa specifica inoltre che farsi capire è anche un fatto di Costituzione (art. 3): “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione […omissis…] di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Ora è evidente che il primo obiettivo di chi scrive deve essere quello di farsi capire, unito alla capacità di identificare le caratteristiche di tutti i potenziali utenti (destinatari).

Ancora una volta prendo spunto dal libro di Annamaria Testa: “Prima di parlare bisogna prima ascoltare. Per farsi capire è indispensabile prima capire. Dobbiamo ascoltare l’altro con le nostre 2 orecchie prima di convincerlo con la nostra unica bocca.”

Ma quando questo non possibile?
Come possiamo fornire un messaggio completo a chi non può sentirci?
Semplice: Per farsi capire è indispensabile prima capire.

Quanto si tiene conto delle possibili disabilità dei destinatari?
Qualcosa si sta facendo (es. accessibilità al web) ma c’è ancora tanto da fare ed ognuno di noi può contribuire in qualche modo.

Come detto, tutto questo, è un pensiero estivo che ha preso forma ascoltando “la voce delle nuvole”, ma vuole essere anche un momento di riflessione su argomenti che potrebbero, in qualche modo, fornirci nuovi punti di vista e nuove opportunità.   

Esempio: Prendiamo quella bella ed accattivante presentazione Power Point di cui andiamo tanto fieri e riproponiamola senza commento.
Osserviamola, pagina dopo pagina, in silenzio.
La presentazione è chiara? Ha la stessa forza comunicativa? Dubito …
Ovviamente ho estremizzato l’esempio, le presentazioni richiedono per forza una integrazione orale ma, se la base è buona, le parole potrebbero essere ridotte, eliminate o (perché no?) sostituite anche con la lingua dei segni.

Ricorderò questo pensiero estivo come la fiamma che ha ridato forza e vigore ad altre piccole lucine che mi accompagnano da tempo, nell’attesa di trasformarsi in stelle luminose: quel corso di Primo Soccorso di tanti anni fa; quell’idea di diventare un clown di corsia; quella bella iniziativa sui libri tattili; quel progetto Storietestacoda ed ora il Linguaggio dei Segni.

Non mi dispiacerebbe avvicinarmi a questo “universo” a me sconosciuto del Linguaggio dei Segni, ma ci sono anche altri pensieri, speranze, sogni e progetti da riorganizzare e da mettere nella lista delle cose da fare (prima o poi), per me stesso … ma anche per gli altri.

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