Decodifica aberrante: un problema rilevante

Canale di comunicazione.

Questo è il nome con cui si identifica il complesso filo che lega una fonte emittente (colui che scrive, parla, gesticola, ecc) ad una fonte ricevente (colui che legge, ascolta, osserva, ecc).

Abbiamo certamente una comunicazione quando la fonte emittente ha l’intenzione di comunicare (es. quando scriviamo un documento) ma, secondo il sociologo tedesco Niklas Luhmann (1927-1998), la comunicazione si realizza quando il ricevente ottiene un’informazione, ovvero quando si genera un’informazione per lui.

Partendo dal concetto che “ogni nuova informazione è una differenza di una differenza” possiamo affermare che la comunicazione si realizza quando c’è comprensione “di quella differenza” da parte del ricevente.

Di fatto la comunicazione è la sintesi di tre selezioni che agiscono insieme e in contemporanea:

  • Informazione (generata da una fonte emittente),
  • Emissione (attraverso un canale di comunicazione),
  • Comprensione (da parte del ricevente).

Decodifica aberrante

La grande libertà di decodifica del ricevente ed il “rumore” presente nel canale di comunicazione incidono sulla qualità della comunicazione, entrambi sono in grado di ridurre o compromettere l’informazione.

Il codice rappresenta la chiave comune, l’unica chiave che consente al ricevente di “aprire il cassetto” contente l’informazione. Il codice rappresenta l’insieme delle regole condivise utilizzate per comunicare (es. un linguaggio controllato).

Con il termine rumore si intende ad esempio l’utilizzo di termini complessi, traduzioni errate, frasi troppo lunghe, testi poco leggibili, supporti inadeguati, ambienti non confortevoli, rumore vero e proprio che distrae e tanto altro.

Quando la decodifica del ricevente, ovvero la libera interpretazione dell’informazione, è molto diversa da quella generata e voluta dalla fonte emittente, si ha una decodifica aberrante che può generare incomprensioni.

Altri elementi in grado di innescare una decodifica aberrante:

  • carenza di codice (es. linguaggio incomprensibile),
  • disparità di codici (es. utilizzo di termini specialistici per utenti non tecnici),
  • interferenze (es. dispersione delle informazioni),
  • delegittimazione dell’emittente.

Una decodifica aberrante può produrre distorsioni involontarie, anche quando il ricevente possiede i medesimi codici della fonte emittente.

Agli occhi di riceventi differenti l’informazione non è sempre la stessa ma è sempre differente, questo perché ciascun ricevente interpreta e comprende l’informazione a modo proprio seguendo schemi ed inferenze del tutto personali da ricollegare ad altre rilevanze.

Possiamo quindi affermare che la comunicazione inizia dal ricevente (il nostro cliente più importante), individuare e condividere un codice comune (es. un linguaggio) è quindi il primo passo per limitare eventuali problemi di decodifica.

Allo stesso tempo dovranno essere limitate tutte le possibili fonti di rumore sfruttando tecnologie (es. supporti adeguati) e metodi efficaci (es. tecniche di scrittura).

Comunicazione Vs Percezione

A differenza del concetto di Luhmann relativo al ricevente, il concetto sociologico di comunicazione prevede una intenzione comunicativa volontaria da parte di un emittente.

Questi due concetti di comunicazione si distinguono da quello di percezione, si parla infatti di percezione quando un individuo percepisce informazioni anche in assenza di una comunicazione intenzionale, ad esempio:

  • ascolta il rumore della pioggia,
  • tocca un oggetto caldo/freddo,
  • osserva il panorama.

Soltanto quando l’informazione uditiva, tattile o visiva è arricchita da una dimensione aggiuntiva (es. il commento o il gesto volontario di una persona, un cartello, un testo, ecc) si attiva il canale della comunicazione.

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Linguaggio controllato, semplice no?

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Contest & grafica: idee in libertà

Aumenta il numero di aziende, enti, associazioni, che si affidano alla creatività del “popolo della rete” alla ricerca dell’idea giusta, un “lampo di genio creativo” che possa rilanciare o dare nuovo vigore ad un brand, un prodotto, un’azienda ma anche aprire le porte a nuove opportunità, nuovi prodotti, nuovi business.

Nell’era di una rivoluzione (?!) linguistica sempre più governata dall’itanglese, il vecchio “concorso a premi” lascia spesso il posto al più energico e globalizzante “contest”, anche quando il tutto resta all’interno dei confini tricolori.

Vi sono “contest” grafici, fotografici, letterari e di altro tipo, tutti con uno scopo ben definito da regole, vincoli e in alcuni casi anche limiti, tutti con un vincitore scelto o da una giuria interna ma anche da una votazione pubblica online, tutti con un premio finale e la possibilità di “farsi conoscere”.

Partecipare è semplice, la rete offre ampie possibilità di ricerca attraverso specifici siti (es. www.creathead.it/italian/index.php ), specialmente quando soddisfiamo i requisiti richiesti (es. età anagrafica).

L’accesso delle masse alla rete e la disponibilità di software e webware gratuiti (es. GIMP, Canva, AdobeSpark ) hanno contribuito insieme alla fioritura di un vero e proprio mercato dei “contest”.

Questo mercato presenta vantaggi sia per i partecipanti, ad esempio anche i “non professionisti” possono mettersi in gioco, sia per gli enti proponenti che hanno la possibilità di scegliere tra decine o centinaia di proposte a fronte di un premio finale sicuramente inferiore, in termini di tempi e costi, se paragonato ad un eventuale investimento per una ricerca interna.

Qualcuno potrebbe nutrire dubbi sulla possibile qualità degli elaborati prodotti “dal popolo della rete” mentre altri, al contrario, vedono in questa “apertura” la possibilità di scovare talenti raccogliendo al contempo un ampio ventaglio di soluzioni su cui lavorare anche in un secondo momento inoltre, la definizione a priori di caratteristiche e dettagli determina una prima importante selezione.

Personalmente trovo nei “contest” una palestra dove sperimentare abbandonandomi al piacere di pensieri liberi, puri, un piacere dettato da IDEE che nascono, viaggiano veloci e si dissolvono per tornare, prepotenti, con la forza di una scarica elettrica.

Vi sono modi differenti di scegliere un “contest”, si può scegliere in funzione del premio finale, della tipologia di elaborato richiesto, della tipologia di votazione (giuria interna, votazione online, ecc), del prodotto o dell’azienda o di altri elementi, come ad esempio la possibilità di mettere in pratica nuove tecniche e modalità di lavoro.

Quali contest scegliere? Difficile dirlo, non esistono regole e non ha senso partecipare soltanto in funzione del premio finale. Per quanto mi riguarda seguo alcune semplici regole:

  • cerco di capire il contesto generale,
  • leggo il regolamento,
  • mi chiedo se sono all’altezza o se e’ troppo distante, non solo a livello di capacità ma anche di strumenti, tempistiche, valori, tematiche, ecc,
  • se non mi interessa: lascio perdere e non ci penso più, ma…
  • se mi interessa: faccio alcune prime valutazioni moooolto grossolane (contesto, dettagli, strumenti, tempo…),
  • se mi interessa: catturo le prime idee e le scrivo o scarabocchio qua e là,
  • lascio stare il tutto per un po’,
  • se mi interessa: lo capisco perché le idee prendono forma, mi perseguitano, mi tamburellano nella testa giorno dopo giorno,
  • a quel punto: riprendo ed aggiorno i primi scarabocchi e, passo dopo passo, traccio le prime ORME lasciando indelebili… IMPRONTE

ORME E IMPRONTE sogno o son desto?

La mia vittoria del concorso Dixean Revolution indetto da Henkel nel 2010 (premio ARTE) con l’opera ORME E IMPRONTE (immagine sopra) è la dimostrazione che, con spirito di iniziativa, buone idee e un po’ di fortuna, tutti hanno la possibilità di mettersi in gioco togliendosi qualche soddisfazione, indipendentemente dal fatto che si arrivi primi o… dopo i primi (IL CODICE POSATOimmagine sotto).

Da allora ho partecipato a qualche altro “contest” ( https://wp.me/pYL2M-aQ e https://wp.me/pYL2M-3j ) non molti in realtà, vivendo ogni volta queste esperienze come un momento di puro piacere, senza pensare a premi, riconoscimenti o altro ma con l’unico obiettivo di imparare da ogni esperienza, a partire dal prodotto o dall’azienda che lo produce.

Proprio questo è lo spirito che mi ha guidato in questo recente “contest” in cui il mio elaborato (etichetta per bottiglia di vino) NON ha trovato posto tra i primi classificati (che potete votare online QUI) ma col quale ho avuto modo, ancora una volta, di liberare nuove idee ed imparare grazie alla Cantina Kaltern.

Nome progetto/etichetta: “In da House: heart & earth”

Il cuore del frutto è la nostra casa. Il nostro posto è lì.

Nulla è lasciato al caso. Dentro ogni singolo chicco d’uva mettiamo il nostro mondo, un mondo fatto di passione, cultura, tecnica ed esperienza.

Foglie: Perché inserirle in etichetta?

Le foglie rappresentano un organo importantissimo, veri e propri polmoni della vite e sede della fotosintesi clorofilliana, forniscono un contributo fondamentale in termini di Qualità del prodotto.

L’etichetta vuole rappresentare un prodotto straordinario ed equilibrato in grado di generare “un vino di mondo, di casa a Caldaro”, un vino con un cuore unico al mondo.

Buoni “contest” a tutti!

Efficacia e criticità della formazione sulla sicurezza

Recentemente ho partecipato ad un interessante convegno dal titolo “Formazione alla sicurezza sul lavoro: efficacia e criticità”, condivido di seguito alcuni appunti e spunti personali.
Si inizia con una introduzione che fa il punto sulla qualità della formazione oggi, successivamente il Dott. Federico Ricci (UNIMORE) riporta le evidenze di uno studio condotto in TRE aziende del territorio e basato su una nuova idea di formazione in azienda: coinvolgere attivamente i dipendenti.

Introduzione:
Quali sono i principali componenti degli infortuni?
• Uomo,
• Ambiente,
• Macchina.
Si misura seriamente il livello di apprendimento ai corsi?
• A volte sì,
• Troppo spesso (purtroppo) no.
La formazione dei tanti corsi proposti dai vari enti è una “formazione efficace”?
• Non sempre, spesso vi sono problemi di:
o Comunicazione,
o Attenzione,
o Apprendimento.
E’ indispensabile ripensare il sistema della formazione, serve un sistema più chiaro e semplice.
Norme e DIVIETI non bastano, è necessario creare nella testa delle persone le ABITUDINI per riportare la cultura della sicurezza al centro, la PREVENZIONE è CULTURA: PRE-VENIRE = ANTICIPARE.

Studio
Lo studio parte dal presupposto che “norme e procedure non bastano per promuovere comportamenti sicuri”, proprio per questo serve una formazione:
• articolata per specifici obiettivi,
• progettata bene già dall’inizio,
• in grado di specificare gli obiettivi e le competenze da migliorare.
Per migliorare la conoscenza ed atteggiamenti servono:
• strumenti multimediali,
• breve durata.
Per migliorare il comportamento serve:
• formazione sul campo.
Per ottenere risultati positivi per la salute serve:
• formazione di gruppo interattiva.
Lo STUDIO ha coinvolto:
• TRE AZIENDE,
• 187 DIPENDENTI,
• 4 STABILIMENTI PRODUTTIVI.

Lo studio è stato svolto con una ricerca sul campo ed ha indagato elementi relativi a:
• Conoscenza & atteggiamenti,
• Comportamenti,
• Salute.

E’ stata effettuata una MISURAZIONE con scheda anonima (con codice identificativo) compilata dai dipendenti coinvolti a distanza di:
• 1 giorno,
• 1 mese,
• 3 mesi,
• 6 mesi,
• 1 anno.
RISULTATI: nell’arco dei 3 mesi l’effetto della formazione decade!

Considerazioni finali
Quando la formazione è intrecciata con “quello che l’utente fa” ogni giorno, più la formazione è efficace, in ogni caso col tempo l’efficacia cala.
Formatori qualificati (o riconosciuti come tali) risultano maggiormente graditi rispetto a formatori interni come ad esempio RSPP.

LA FORMAZIONE PUO’ FARE TANTO MA NON PUO’ FARE TUTTO!

Metodo e misure dello studio:
• Telefonini ritirati all’ingresso dell’aula,
• Questionari a crocette e domande aperte,
• Osservazioni sul campo (dei comportamenti) da parte di terzi durante l’orario di lavoro,
Scala tipo Likert.

Le TRE aziende partecipanti hanno collaborato allo studio coinvolgendo in modo attivo i propri dipendenti, tutte hanno realizzato dei VIDEO con i quali in un primo momento simulavano possibili infortuni causati da comportamenti scorretti dei lavoratori e successivamente riproducevano il comportamento corretto da tenere.
I dipendenti sono coinvolti in prima persona nelle scene registrate diventando i protagonisti dei video.

I dati rilevati dalle aziende hanno determinato:
CONOSCENZA: miglioramento dl livello generale.
ATTEGGIAMENTO: nessun miglioramento significativo verso la sicurezza.
COMPORTAMENTO: miglioramento anche a distanza di due mesi.

Aziende coinvolte nello studio:
EMAK (Nosari Sara – Risorse umane; Ideari Tiziano – RSPP)
MOSS (Pelli Andrea – RSPP)
SMEG (Roncaglia Chiara – RSPP)
Per avere maggiori informazioni sullo studio, contattare le aziende citate o il Prof. Federico Ricci di UNIMORE.

Esperienza? La mia la servo in scodella…

“L’esperienza è flusso, attorno a noi tutto scorre, siamo immersi in un fiume, c’è il fluire del tempo, il fluire della vita biologica e quello della vita sociale, la società cambia attorno a noi con ritmi che a volte paiono più rapidi dei ritmi biologici… scrivendo si sottrae qualcosa a questo flusso, è come attingere acqua da un fiume con una scodella e sembra di aver preservato almeno qualcosa delle nostre esperienze”

Luigi Meneghello, JURA. Ricerche sulla natura delle forme scritte, BURsaggi, Rizzoli, Milano 2003.

 

IMPARARE ad IMPARARE è una Competenza

Ancora una volta scrivo di formazione, di una formazione che ha come obiettivo quello di favorire l’apprendimento promuovendo la cultura di una formazione costante ed un “apprendimento intenzionale”.

Partecipando al corso “Apprenditivo 1” tenuto dal Dott. Enrico Ghidoni il 27/11/2017 presso il Centro Malaguzzi di RE sono venuto a conoscenza del Protocollo d’intesa “Reggio Emilia provincia ad alto APPRENDIMENTO”.

Il Protocollo è stato sottoscritto da diversi enti provinciali con l’obiettivo di offrire a GIOVANI e ADULTI della provincia di Reggio Emilia l’opportunità di acquisire nuove competenze a partire proprio dalla capacità di IMPARARE ad IMPARARE.

Durante il corso ho ritrovato diversi argomenti studiati nel mio recente percorso di Laurea in Scienze della Comunicazione ed ho avuto ulteriore conferma del mio punto di vista: gli aspetti legati alla comunicazione e di conseguenza le problematiche relative a memoria, percezione, apprendimento, ecc, sono competenze trasversali che riguardano tutti, anche le professioni tecniche.

Periti, Ingegneri, Architetti, Dottori, Insegnanti, Professionisti in genere ma non solo, tutti abbiamo la necessità di comunicare qualcosa a qualcuno e, per farlo al meglio, abbiamo una sola possibilità: imparare ad imparare in modo volontario e continuo.

La formazione viene vissuta spesso come una costrizione, una perdita di tempo o troppo distante dai propri interessi. Oggi, in un mondo che corre a folle velocità ed i cambiamenti sono repentini, servono competenze allargate e la formazione dovrebbe essere invece percepita come unico mezzo per alimentare il serbatoio delle proprie competenze, l’unica possibilità per non viaggiare sempre in riserva o… rimanere a “secco”.

Sperando di fare cosa gradita e di fornire spunti di riflessione utili a qualcuno, colgo l’invito fatto durante la presentazione del corso e condivido alcuni semplici post dal mio blog relativi ad alcuni temi trattati, a partire dalla MEMORIA dei nostri utenti.

SPAN di memoria: teniamone conto!

Gli utenti percepiscono i nostri messaggi?

Dalle Istruzioni alle Neuroistruzioni con l’EYE-TRACKER

Persuadere o convincere il destinatario-ricevente?

Le immagini nella documentazione tecnica. Storie di fantasmi per adulti

In attesa di partecipare al corso “Apprenditivo 2” tenuto dal Dott. Marco Ruini, segnalo il programma con gli eventi della SETTIMANA DELL’APPRENDIMENTO 27 Novembre – 2 Dicembre

Idee: riflessione tra pizze, bruchi, farfalle e figli

Un amico: “CIAO! Allora, come va con quella tua idea?”

Io: “Sta lievitando… per la terza volta!”

Lui mi osserva, muto… 

Le idee nascono, crescono ma spesso non lievitano a sufficienza e sono da mettere da parte. Altre volte lievitano senza fatica, vengono cotte e servite come vere e proprie “idee da asporto”.

Vi sono poi quelle situazioni in cui le idee nascono, crescono e si sviluppano lievitando molto lentamente. Queste idee paiono addirittura fatte di una farina speciale, una farina che richiede periodi di lievitazione alternati a periodi di riposo e molta accortezza.

Dopo ogni lievitazione l’idea-impasto deve essere ripresa, rilavorata e manipolata per assumere nuova consistenza.

Tolti i grumi più evidenti l’idea-impasto deve essere riposta e lasciata riposare per consentire ad una nuova lievitazione di portarla a maturazione.

I tempi ed i cicli di lievitazione, manipolazione e riposo sono diversi per ciascun impasto, impossibile definirli prima.

L’abilità del cuoco nel dosare unto di gomito, sale in zucca e tempi di cottura è determinante.

Intrigante il punto di vista “metamorfico” di Annamaria Testa che paragona ad un bruco la prima idea, quella su cui serve un gran lavoro di sviluppo e messa a punto, quella che richiede pazienza, umiltà, dedizione e tenacia.

“Tutte le prime idee strisciano e sono mollicce, anche quelle davvero buone: per distinguere i bruchi dai semplici bacherozzi ci vuole tranquillità e una certa concentrazione”.

Annamaria invita a non mollare l’idea buona, anche quando la sua messa a punto può risultare lunga, faticosa e frustrante, invita a continuare a lavorarci fino a quando l’idea-buona, leggera e perfetta, inizia a volare da sola come una farfalla.

Qualcuno si spinge addirittura oltre sostenendo che dovremmo voler bene alle nostre idee come una madre ne vuole ad un figlio e, con tutto l’affetto di una madre, dovremmo proteggerle, custodirle, farle crescere per poi liberarle e lasciare andare. 

La mia idea-impasto riposa (non dorme…) da diverse lune.
La lievitazione prosegue lenta ma inarrestabile, soltanto qualche lieve tumulto scuote e fa vibrare delicatamente il pesante coperchio che la protegge.
Mi avvicino di tanto in tanto in silenzio, chiudo gli occhi, poggio le mani sul coperchio e resto sospeso nel tempo ad ascoltare quel perpetuo brulicare. Verrà il tempo… e la lascerò andare.